Moby Prince...ora posso scendere...

Nel corso della mia vita ho vissuto alcuni eventi che per la loro drammaticità hanno caratterizzato il mio percorso umano e professionale di questi "ultimi" trenta anni, in particolare da quando sono entrato in carriera militare nel 1985 ed anche dopo il congedo anche se il periodo che ritengo essere quello più importante è quello compreso fra il 1986 ed il 1994 perché ho vissuto appieno alcuni fatti giuridici avvenuti in quegli anni sui quali ancora oggi si cerca di comprenderne le dinamiche, i meccanismi, le cause, le concause, gli interessi.

Il ricordo che più ha segnato la mia memoria è certamente la tragedia del Moby Prince, che mi ha visto presente sin dalla sera del 10 aprile 1991, non solo per l’enorme portata di quell’incidente immediatamente sottovalutato ma per tutto ciò che ha sostanzialmente seguito la lunga scia del Moby Prince, fino ai giorni nostri.

Ci sono traumi che ho patito direttamente i quali hanno sviluppato le tipiche complicanze che hanno meritato la giusta elaborazione da parte mia, altri che invece hanno riguardato coloro che ho incontrato sia nei paesi bellici, come le vittime di una guerra, sia nel corso della mia professione di educatore consulente di parte come quei bambini vittime di abusi sessuali che ho assistito in tante occasioni, ma l’impatto emotivo con le vittime del Moby Prince è stato un marcatore della mia evoluzione perché è cresciuto con me.

Mia moglie mi ha detto più volte che “non sono mai sceso da quella nave”.  

Sara, la madre dei miei figli Matilde e Fabio Massimo ha essa stessa vissuto interamente quanto è avvenuto negli ultimi anni, ha infatti patito anche lei ed anche loro tutte le difficoltà incontrate per l’essere stato “il Piselli del Moby Prince” soprattutto dopo che nei motivi di archiviazione la procura procedente ha descritto la mia figura in generale ed il mio contributo testimoniale con una forte valenza denigratoria, incrementando un pregiudizio già esistente e rinforzando coloro che in orario ministeriale avevano divulgato una serie di notizie tossiche sul mio conto dando così vita al pregiudizio stesso, come ho descritto in questo Blog.

Oggi finalmente scendo dal Moby Prince e tento di riprendere la mia vita, con la piena coscienza che ciò che avevo da testimoniare è comunque nelle carte, nelle riprese audio e video degli interrogatori e dei confronti sostenuti, da cui chi vorrà potrà meglio valutarne i contenuti, augurandomi che lo faccia con la serenità necessaria e non con quella strumentale etero-direzione induttiva ed interpretativa che ben si evidenzia nei commenti e nelle conclusioni di chi ha condotto l’ultima inchiesta, come ho avuto già modo di approfondire in alcuni post di questo Blog.

Per capire bene cosa ho inteso testimoniare occorre scindere il caso Moby Prince dal caso Piselli, questa è una ulteriore ragione per la quale “scendo dal Moby Prince”.

Infatti è necessario compiere una opera di scrematura fra i fatti che mi hanno riguardato personalmente e che per più motivi hanno converso anche nei fatti del Moby Prince rispetto a ciò che invece riguarda solo ed esclusivamente la tragedia, indipendentemente dalla storia di Fabio Piselli e dalle sue battaglie per la ricerca della sua verità relativamente a ciò che ha vissuto nel 1986, ben prima quindi che avvenisse quel tragico rogo.

Ormai è matura la possibilità che possa essere costituita una commissione di inchiesta parlamentare sulla tragedia del Moby Prince, in un clima politico diverso e con tutta la forza manifestata dai familiari delle vittime che non hanno mai smesso di chiedere e pretendere la verità storica ed anche giudiziaria, perché le inchieste svolte in tutti questi anni alla fin dei conti non hanno avuto futuro atteso le ampie lacune presenti e quella nebbia che appare sempre più utile a chi non ha avuto la capacità e, forse, le possibilità tecniche di indagare come avrebbe potuto.

Per quanto mi concerne lascio dei dati di fatto e non solo delle ipotesi ricostruttive dello scenario legato alla “pista militare”, che ha visto certamente dei quadri ipotetici poi ridotti di spessore ma ha anche visto dei dati di fatto incontrovertibili ai quali dare spessore per giungere ad una definitiva conoscenza di quel quadro di insieme nel quale è avvenuta la collisione fra il Moby Prince e la petroliera alla fonda.

Quando parlo di dati di fatto mi riferisco a ciò che di più puro e genuino si possa avere nel corso di una indagine, ovvero quel che avviene in diretta di fronte a più magistrati i cui contenuti sono contestualmente videoregistrati, rappresentando così un valido campo di immediata valutazione e di futura analisi. 

Elementi e fatti diversi dalle indicazioni che ho fornito per individuare delle potenziali memorie militari e dei documenti di intelligence sia americani che italiani, che non sono state coltivate dagli inquirenti per le loro giuste ragioni ma che possono essere ancora uno stimolo di conoscenza per chi vorrà eventualmente approfondire ciò che è stato sostanzialmente denigrato.

Se ho contribuito a qualcosa, è stato certamente la possibilità di offrire agli inquirenti prima ed alla collettività adesso delle notizie che fino ad allora erano sconosciute, acquisite da una fonte primaria e non de relato e soprattutto espresse in presenza dei magistrati stessi.

Notizie ed informazioni che sono un bacino di valutazione importante per osservare il quadro di insieme nel quale il fatto chiuso è avvenuto, ove il quadro di insieme è rappresentato dal porto e dalla rada di Livorno ed il fatto chiuso è rappresentato dalla collisione fra il Moby Prince e l’Agip Abruzzo.

Scendo dal Moby Prince lasciando alla collettività le informazioni che possono essere evinte dalla visione delle videoregistrazioni degli interrogatori e soprattutto dei confronti che ho avuto prima con un dipendente di Camp Darby e dopo con un mio ex collega, sottufficiale della Folgore.

Infatti relativamente alle attività di Camp Darby sono emerse le seguenti notizie che erano prima sconosciute agli inquirenti:

1.    Camp Darby ha trasportato le armi e gli esplosivi fra la base ed il porto di Livorno anche tramite dei mezzi gommati, non solo ed esclusivamente attraverso il canale dei Navicelli. Da cui si evince che esiste la possibilità di ottenere una diversa documentazione rispetto a quella ricercata per il solo trasporto su chiatta, tramite i Navicelli.
2.    A bordo delle navi civili ma militarizzate dal Governo statunitense per il trasporto delle armi e degli esplosivi vi erano degli operatori di sicurezza americani, che potevano essere della US Navy o dei contractors, i quali avevano in dotazione un armamento individuale, forse anche un cannoncino e comunicavano su canali radio diversi da quelli marittimi con la loro stazione di riferimento a terra.
3.    Che i dipendenti italiani che operavano a Camp Darby nel settore logistico che si occupava del trasporto della armi e degli esplosivi hanno terminato il loro lavoro alle ore venti. Lavoro che però è continuato anche oltre le ore venti col solo personale americano.   

Aggiungo che ho fornito agli inquirenti i nominativi di chi, ufficiale dell’intelligence delle forze armate americane di stanza in Germania, avrebbe potuto eventualmente offrire la propria memoria e documentazione, se autorizzato, rispetto non solo alle conoscenze dell’intelligence stessa su quanto è avvenuto intorno al Moby Prince la sera della tragedia, ma anche relativamente ad un eventuale passaggio di un aereo militare americano sulla verticale del porto del quale era emersa una traccia che poteva essere approfondita, che avevo evidenziato seguendo l’ipotesi della presenza di un elicottero visto da alcuni testimoni nell’area della tragedia, poco prima che avvenisse l’incidente, elicottero che poteva essere quello in uso al comandante americano di Camp Darby.

Aggiungo che oltre alla base delle comunicazioni dell' US Army di Coltano (fuori da Camp Darby) ho fatto anche riferimento all’uso di un sistema mobile satellitare, sostanzialmente un furgone attrezzato, che operava però dentro la base di Camp Darby, sia per le comunicazione contratte che per altre attività di monitoraggio.

Il confronto con l’ex collega della Folgore era mirato alla conoscenza se la sera della tragedia fossero state o meno attivate delle "unità di pronto impiego" delle forze speciali e l’eventuale origine tipo di allarme, oltre a tentare di fargli ricordare ciò che è avvenuto in Somalia, segnatamente a Bosaso, a ridosso dell’omicidio di Ilaria Alpi e ricollegato al presunto traffico di armi e di rifiuti tossici fra l’Italia e la Somalia anche con il presunto utilizzo del porto di Livorno e della cornice di sicurezza eventualmente attivata a tutela di quei trasporti clandestini, ma non ignoti alla politica pro-tempore italiana. Il sottufficiale pur riferendosi correttamente alle necessarie autorizzazioni da parte del suo livello superiore ha inizialmente fatto accenno a Bosaso per poi essere interrotto dal magistrato per le giuste ragioni procedurali.

Aggiungo che ho fatto riferimento ad un ufficio coperto sito in Livorno collegato a SHAPE nel quale operavano degli ex colleghi della Folgore e che avrebbe potuto offrire ai magistrati un quadro più definito di quelle che erano i sistemi di comunicazioni fra la NATO e le unità territoriali per acquisire delle eventuali conoscenze rispetto alla sera della tragedia.

Sostanzialmente ho tentato, con grandi difficoltà ed anche con quella scafatezza data dall’esperienza di "im-pistare" i magistrati e non certo di de-pistare i magistrati come qualcuno ha adombrato.

E’ molto difficile approcciarsi con un pensiero razionale verso questo tipo di eventi, che non solo sono irrazionali per la loro gravità ma che hanno nel tipo di gestione da parte di chi li pone in essere un livello di tutela tale da allontanarsi da quello che invece è richiesto e ricercato dalle procedure tecniche di una indagine giudiziaria che deve basarsi su elementi utili per un rinvio a giudizio per poi, nel corso del processo, formare le prove a carico o a discarico di una potenziale accusa.

Il resto, i commenti e le conclusioni basate su delle indagini valutative e non qualitative, oppure solo meramente cartolari ovvero condizionate dal pregiudizio, fanno parte del corollario di una inchiesta di spessore come quella di una strage per la quale emergono dei segnali di presunti traffici di armi, delle ingerenze sovranazionali, dei residui di esplosivo, un giudice corrotto e quella ampia e purtroppo già conosciuta serie di inquinamenti che hanno nei fatti lasciato marcire il relitto del Moby Prince ed anche la sua memoria, se non fosse stato per l’impegno dei familiari delle vittime grazie al quale siamo oggi di fronte alla possibilità che la politica si prenda la responsabilità con il coraggio di costituire una seria commissione di inchiesta sulla tragedia.

Scendo quindi dal Moby Prince per riprendere la rotta della mia vita ed offrire più serenità e stabilità alla mia famiglia, ed anche per continuare la lotta per la mia verità per quei fatti avvenuti in ambienti militari prima della tragedia e che mi riguardano personalmente.

In coscienza sono sereno di aver attivato coi miei metodi certamente opinabili e correttamente definiti poco ortodossi, una opportunità di ricerca importante per acquisire delle informazioni, mai ricevute o acquisite da nessuna autorità giudiziaria, da parte sia dei comandi americani ma anche da quelli italiani eventualmente vincolati ai segreti ed alle opportunità politiche offerte dai segreti stessi.

Spero quindi che la politica italiana apra quelle porte più serenamente di quanto io abbia tentato di sfondarle per ottenere quei segreti utili per “il caso Piselli” che si sono rilevati importanti anche per il “caso Moby Prince”.

Ringrazio ancora tutti i visitatori che hanno manifestato il loro interesse per i contenuti di questo Blog.

Fabio Piselli
12 aprile 2014