alla Presidente della Camera dei Deputati on. Boldrini, al Presidente del Senato on. Grasso...

Premesso che:

In questa odierna lettera tratterò solo quei fatti che posso provare al fine di consentire a chi ne accoglierà i contenuti di superare il condizionamento informativo proteso a ridurne la credibilità, come più avanti meglio descrivo.

Trenta anni or sono, ancora minorenne, mi sono arruolato come militare di carriera nell’Esercito con il 58° corso sottufficiali, ho così prestato progressivamente servizio oltre che alla SAS in Viterbo anche nella Brigata Paracadutisti Folgore, prima presso la SMIPAR in Pisa per l’acquisizione del brevetto militare poi al 185°Rgt. GRACAM in Livorno quindi trasferito nei reparti di artiglieria missili contraerei al 1\4°Rtg. in Ravenna.

Carriera che è stata caratterizzata da una serie di eventi tali da renderla sostanzialmente anomala rispetto al normale percorso dei sottufficiali provenienti dalla scuola di Viterbo.

Carriera militare che è stata inoltre descritta nei vari fogli matricolari a mio nome, nei certificati dei brevetti, negli encomi e nelle eccellenti note caratteristiche che nonostante siano state macchiate da una ipotesi di falsificazione da parte di una autorità giudiziaria sono state infine riconosciute reali e genuine dalle quali emerge la frase che “il paracadutista Fabio Piselli è un fidato e sicuro collaboratore”.

Dopo il congedo avvenuto nel 1988, causato da una insorgente patologia all’occhio destro e dopo che sono stato fatto prigioniero e rinchiuso in un carcere per dei mesi, all’età di diciannove anni ed incensurato, per dei fatti risalenti al 1986 ho potuto poi nei successivi anni collaborare fino al 2007 con le varie autorità giudiziarie competenti per territorio in materia di intercettazioni telefoniche ed ambientali in stretta coordinazione con le unità di Polizia Giudiziaria delegate, in particolare per quanto concerneva il piazzamento dei sistemi di captazione ambientale all’interno dei mezzi e dei locali di pertinenza dei soggetti indagati oltre che alla gestione delle attività di ascolto nelle varie salette e nei mezzi mobili dedicati di competenza delle FF.PP.

In questi quasi trenta anni il mio nome è emerso più volte all’interno di una serie di fascicoli giudiziari relativi a degli eventi giuridici aventi oggetto anche dei fatti di particolare gravità, ho assunto in tal senso sia l’ufficio di testimone che il ruolo di persona offesa di reato e di persona sottoposta ad indagini oltre a quello di consulente ausiliario di Polizia Giudiziaria offrendo in ogni caso la più ampia collaborazione alla procedente autorità, senza mai negare la mia presenza ogni volta che è stata richiesta ed assumendomi tutte le responsabilità ad ogni effetto di legge laddove ho indicato fatti persone e circostanze senza mai ricorrere a formule diverse da quelle previste dalle procedure idonee per essere accolte all’interno di un eventuale dibattimento processuale. Solo in alcune specifiche occasioni ho scelto di gestire il flusso di notizie adottando l’esperienza contro i rischi di scarsa riservatezza delle notizie la cui divulgazione rappresentava un pericolo per me e per la mia famiglia atteso che si parlava di fatti di mafia e di presunte organizzazioni eversive nelle quali erano coinvolti dei soggetti inseriti nelle amministrazioni dello Stato, da dove avevano modo e strumenti per inquinare ogni potenziale indagine e sviluppare quelle informative tossiche da introdurre nel circuito delle notizie di polizia e d’intelligence tali da ridurre la credibilità di un eventuale testimone con addirittura la minaccia di una strumentale accusa tale da portare all’arresto, come è avvenuto nel mio caso nel 1986.

Negli ultimi anni sono stato escusso più volte da parte dei magistrati delegati dalla D.N.A. di svolgere delle indagini sulle stragi del ’92 e del ’93, relativamente alla ipotesi dell’esistenza di un doppio livello (militare e mafioso) nella organizzazione delle stragi sia in Sicilia che in continente e successivamente sono stato interrogato da parte di altri magistrati che seguono le indagini inerenti la Falange Armata.

Le cronache giudiziarie più recenti hanno trattato il mio nome perché emerso dall’ultima indagine inerente la tragedia del traghetto Moby Prince avvenuta nel 1991 e nella quale persero la vita numerose persone, indagine finita con una archiviazione dalla lettura della quale emerge chiaramente il meccanismo denigratorio che si attiva tramite lo sviluppo di informative che non sempre hanno un preciso e serio radicamento alla realtà dei fatti ma sono più vincolate ad un metodo valutativo e quindi minore rispetto che un metodo qualitativo basato su fatti e circostanze precise e supportate da elementi di riscontro. Lasciando così ampio spazio a chi ha tutto l’interesse di attribuire una valenza negativa ad una potenziale fonte di notizie, questo anche senza una vera e propria intenzione di dolo da parte del singolo compilatore una informativa ma in forza di quel meccanismo che si è originariamente attivato nei miei confronti sin dal 1986 e che di fatto si reitera ogni volta che si attingono delle informazioni sempre dallo stesso canale e con le stesse metodiche, il cui mutare è dato solo dalla differenza degli eventi ma rimane stabile nel modo in cui è sviluppato, come potrò meglio descrivere e come chiaramente si può evincere nella genesi dell’ultima inchiesta che mi ha riguardato, nata a tavolino a ridosso del mio coinvolgimento nel caso Moby Prince, indagine che mi ha visto accusato di aver posto in essere delle intercettazioni illecite e di aver violato un segreto di ufficio.

Detta indagine si è conclusa, dopo cinque lunghi anni di difficile e dolorosa attesa, in una archiviazione per l’infondatezza della notizia di reato ma ha però giustificato le perquisizioni ed i sequestri dei miei computer e delle memorie elettroniche contenenti tutti i dati delle mie attività (personali e professionali) sin dal 1985, ivi comprese le ricerche relative al Moby Prince e le intercettazioni che mi erano state delegate ancora da masterizzare in favore dei magistrati committenti. Vi erano anche le registrazioni di tutti gli incontri che ho avuto con gli ufficiali delle FF.PP. delle FF.AA. e degli apparati di sicurezza, atteso che ho sempre preso nota fonica registrando ogni confronto, incontro, colloquio avuto con questi operatori delle varie amministrazioni dello Stato proprio al fine di poterne dimostrare non solo i contenuti ma anche che tali incontri erano effettivamente avvenuti. E’ solo grazie anche a questo metodo che ho potuto, in modo incontrovertibile, dimostrare la veridicità di ciò che invece nei rapporti di polizia e di intelligence mi era stato attribuito come opera di un millantatore.

Il materiale in sequestro mi è stato infine restituito nel 2013 ma dal quale emerge l’assenza di un computer che si è perduto, la presunta violazione dei sigilli originali e la paradossale presenza dei files di alcuni risultati investigativi di una serie di intercettazioni relative al caso Narducci\mostro di Firenze a suo tempo gestite nella mia attività di consulente ausiliario di Polizia Giudiziaria, che già ebbi a restituire al Pubblico Ministero titolare dell’indagine tramite i canali di polizia.

In buona sostanza ho potuto dimostrare grazie al materiale in parte recuperato ed anche in sede giuridica di aver avuto accesso all’interno di caserme delle FF.AA. ed uffici di polizia senza che risultasse alcun registro o identificazione in tal senso, per questo inizialmente negate e successivamente ammesse sia in sede di confronto avanti la procedente A.G. sia di fronte all’ascolto delle fonoregistrazioni.

Solo questo metodo mi ha consentito di indurre alla formulazione di un quesito riguardante le ragioni di una così feroce negazione di ogni contatto con me da parte di alti ufficiali delle FF.AA. e delle FF.PP. oltre a qualche operatore dei servizi, che al contrario hanno dovuto ammettere le ragioni degli incontri talvolta semplicemente riconducibili in un mero caffè fra paracadutisti legati alla Folgore oppure nell’incarico relativo a delle intercettazioni, ovvero sulla opportunità di fornitura di strumenti operativi di captazione e monitoraggio all’interno di un contesto bellico come quelli rappresentati dalle tante missioni nelle quali le forze speciali sono inviate.

In tal senso ero presente nell’ufficio del comandante del 9° battaglione “Col Moschin”, in tal senso ero a pranzo con funzionari del Ministero dell’Interno alla Taverna Flavia, in tal senso ero all’interno della base italiana in Libano in compagnia del comandante e del suo ufficiale sottocapo. Tutti eventi negati ma che sono stati dimostrati reali anche dagli stessi documenti in possesso di chi invece ha preferito ricondurli ad una fantasia per le ragioni che ipotizzo appartenere a quella terribile dinamica della “difesa del proprio ufficio” la cui descrizione potrò eventualmente meglio articolare.

Sostanzialmente il quesito è semplice, se ero in un luogo istituzionale in cui poi si nega la mia presenza, è opportuno comprendere chi mi ci ha messo, per quali ragioni e soprattutto con quali strumenti idonei alla captazione ambientale. Questo è avvenuto sin da quando sono stato fatto prigioniero nel 1986, è avvenuto negli anni delle stragi in una Sicilia in cui più volte sono stato per entrare in sedi istituzionali in un periodo in cui uomini dello Stato spiavano altri uomini dello Stato, in una guerra intestina caratterizzata dalla confusione e dalla sfiducia verso quei vertici essi stessi sospettosi di essere inquinati e per questo alcuni dei quali hanno preferito affidarsi a degli esterni per veicolare notizie e falsi bersagli utili per tutelare il proprio lavoro e la propria persona o famiglia. Erano anni in cui gli “esterni” erano strumenti a perdere, lasciati uccidere dopo averli venduti oppure tacciati di pazzia se si azzardavano anche solo a chiedere spiegazioni rispetto al fatto di intercettare o monitorare altri carabinieri ed altri poliziotti in un periodo in cui si avvertiva una sensazione di vera e propria guerra dopo aver assistito a quelle simili stragi. Periodo in cui la semplice appartenenza a qualche amministrazione di polizia non era sinonimo di sicurezza e di affidabilità in una regione distrutta dagli attentati che hanno polverizzato persone, conoscenze ed opportunità di sconfiggere la mafia.

Faccio presente che non ho mai avuto alcuna appartenenza al Sismi o al Sisde, che non sono mai stato parte di quella struttura nota come Gladio e protesa ad una difesa in caso di invasione esterna, bensì ho perimetrato quegli ambienti che sin dal 1986\87 hanno sviluppato all’interno dei reparti ove prestavo servizio ed ove mi recavo (Folgore e Camp Darby) delle reti clandestine che non hanno poi trovato concretezza in un effettivo accreditamento da parte delle amministrazioni dello Stato che pur gestivano altre reti clandestine ma come tali coordinate dai protocolli previsti all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Ricordo il tentativo dello sviluppo di una sorta di “Gladio interna” ovvero che si differenziava da quella originale perché quest’ultima si sarebbe attivata “dietro le linee nemiche” dopo che tali sarebbero diventati i confini interni una volta invasi dai reparti avversi, mentre la “Gladio interna” operava già nelle linee amiche rappresentate dagli stessi confini interni in assenza di una avvenuta invasione da parte del blocco sovietico ed operava in modo del tutto svincolato dal controllo politico.

Nei fatti vi sono stati degli ufficiali inseriti in strutture elitarie che hanno sviluppato una propria rete di operatori esterni mai censiti in alcun registro degli esterni o dei collaboratori dei servizi d’intelligence, tratti dal bacino delle forze dei paracadutisti e coi quali vi era un pregresso rapporto di conoscenza e di fiducia ma anche di sudditanza come in quegli anni un giovane paracadutista come me poteva avere nei confronti di un proprio comandante che dalla Brigata era poi transitato ai servizi oppure prestava la propria collaborazione in Gladio come istruttore ovvero inserito negli “o.s.s.i.”.

Ogni tentativo di meglio comprenderne le articolazioni anche rendendone edotte le opportune autorità, in tal senso gli uffici “I” di istituto e successivamente la D.i.g.o.s. ha causato solo una immediata interdizione tramite strumenti informativi anche tossici che hanno prodotto trenta anni di fango.

Infatti l’ultima inchiesta sopra accennata ha fatto seguito ad altre numerose indagini attivate negli anni, tutte nate a tavolino e finite nel nulla. Denunce sulla genesi delle quali è giunto il tempo di attivare la giusta verifica di riscontro fra informazioni e fatti provati, generate nei circuiti di polizia e di intelligence,  tramite la conseguente auspicata tutela della mia persona da parte delle autorità politiche e delle amministrazione competenti, per le ragioni che potranno essere comprese e meglio affrontate in un eventuale confronto diretto, durante il quale potrò meglio articolare gli eventi assumendomene naturalmente tutte le conseguenti responsabilità.

Solo ieri ho preso atto tramite un mero “335” di essere invece la parte offesa in un procedimento per dei fatti avvenuti a Livorno che non ho mai denunciato ne ho mai chiesto la punizione del colpevole. Evento che mi preoccupa perché ne vivo la percezione di una gestione eterodiretta di eventi che mi riguardano personalmente e per i quali altro non posso fare che sperare che siano gestiti diversamente dagli scorsi trenta anni.

I fatti giudiziari nei quali in passato sono stato a vario titolo coinvolto hanno avuto in ogni occasione nelle loro evoluzioni e convergenze dei nodi comuni che indirizzano verso un quadro di più ampio respiro, la cui analisi può raggiungere la comprensione di quelle dinamiche del condizionamento degli apparati di polizia e di sicurezza tramite dei rodati meccanismi che inquinano di fatto le indagini da questi esperite specialmente laddove indirizzate verso il traffico di armi e di rifiuti tossici avvenuto fra la seconda metà degli anni ottanta e la prima metà degli anni novanta che riconduce a sua volta alla presenza di strutture clandestine capaci di organizzarlo e proteggerlo con la collaborazione da una lato della manovalanza offerta dalla criminalità organizzata e dell’altro con la copertura economica e politica data da quel settore definito masso-mafioso che seppur emerso in numerose indagini non ha ancora trovato soluzione di continuità, riducendo così ogni potenziale acquisizione di conoscenze e di elementi probatori a supporto delle indagini di volta in volta attivate. Dinamiche che si identificano nella presenza all’interno delle amministrazioni dello Stato di soggetti che sfruttano il proprio ruolo istituzionale per scopi diversi da quelli vincolati al giuramento di fedeltà e di altri soggetti da questi favoriti e coltivati in tal senso grazie all’ampio panorama di connivenza e convergenze di più interessi. Vivaio che in trenta anni ha ormai raggiunto la piena autonomia ed è stato capace di integrare degli ulteriori vivai.

Sono sempre stato ben cosciente di non poter raggiungere da solo una credibilità tale da stimolare delle indagini di spessore, per questo ho sempre scelto nel corso di tanti anni di lasciare delle tracce che oggi possono essere raccolte e decontratte per essere meglio analizzate e riscontrate con le informazioni attuali. Per fare un esempio già nella metà degli anni novanta ho fatto verbalizzare da un ufficio di Polizia Giudiziaria delle notizie inerenti il recupero di materiale esplodente dai fondali marini antistanti alcuni porti del sud Italia. Orbene oggi è possibile riscontrarne la verosimilità solo grazie all’avvenuto arresto di chi quel materiale esplodente lo ha recuperato e fornito in favore delle varie famiglie mafiose.

Alla data attuale sono un uomo di 46 anni, padre di due bambini, Matilde di tre anni e Fabio Massimo di due, sono un educatore dirigente di comunità infantile e svolgo la professione autonoma di consulente extra-peritale in materia di tutela dei minori in favore degli avvocati, ma sono ancora oggetto di “carte giudiziarie”  per quegli eventi che ho vissuto e perimetrato sin dal 1986, fatto che mi impedisce pur in presenza di un certificato penale pulito non solo di svolgere una serena attività professionale ma anche la vita ordinaria di una famiglia di quattro persone.

Inoltre l’esposizione del mio nome e della mia persona nel coinvolgimento nelle attività investigative inerenti fatti come le stragi del ’92 e del ’93 oppure la Falange Armata che è di nuovo oggetto di più attuali indagini collegate alle suddette stragi, rappresenta un indice di rischio che non posso più affrontare con gli stessi strumenti di un tempo, cioè con la tolleranza, questo non solo per la presenza dei miei figli minori ma soprattutto perché oggi ogni potenziale fonte di minaccia richiederebbe da parte mia una azione definitiva tesa a porre fine alla minaccia stessa, qualunque ne sia l’origine.

Non posso inoltre continuare a diffidare degli operatori di polizia o di sicurezza oppure ricorrere sempre e solo ai canali amicali che ho coltivato in questi ambienti per attingere delle notizie utili, sia per non esporre dei vecchi colleghi a delle eventuali ritorsioni e sia perché sono metodi che offendono la dignità della mia storia personale e professionale. Non appartengo alla criminalità organizzata, sono un civile, un educatore, ma resto un uomo che si è formato nell’Esercito, nella “Folgore” con quei valori di fedeltà allo Stato, ben diversi però dal semplice vincolo al reparto di appartenenza. Per questo ho sin dagli anni della mia carriera denunciato chi cercava di costituire delle reti clandestine forte del proprio grado e del ruolo nella brigata.

Proprio in tutela del presente e del futuro dei miei due figli minori ho deciso di scrivere questa lettera con la speranza di incontrare l’accoglienza della richiesta di un confronto con quei rappresentanti politici ed istituzionali capaci di attivare ogni seguito di propria competenza per giungere ad una effettiva, attenta, documentata analisi dei fatti che mi hanno visto a vario titolo protagonista e delle informazioni di polizia e d’intelligence che mi riguardano al fine di verificarne non solo la gestione, la divulgazione e la compilazione ma anche e soprattutto la tossicità ed i motivi originali nati nel 1986 dai quali si potrà raggiungere quell’ambiente militare nel quale sono nate le derivazioni poi conosciute in quelle strutture su cui vi sono state più indagini, fra le quali la stessa Falange Armata da me sempre considerata e descritta come una operazione e non come una organizzazione.

Non ho mai creduto ai c.d. servizi deviati bensì alla derivazione di operatori di detti servizi che hanno sviluppato delle proprie reti per fini diversi da quelli istituzionali, ora meramente protesi all’arricchimento tramite il traffico di armi, ora in supporto di un livello superiore con interesse a mutare l’assetto politico del paese, come nei fatti è avvenuto sin dal periodo successivo alle stragi del 1992 e del 1993.

Non posso e non voglio inoltre vivere la percezione della minaccia che come tale è un evento esclusivamente psicologico, che offre spazio a chi mi attribuisce falsamente una sorta di sindrome persecutoria, per questo ho sempre documentato con elementi di prova quegli eventi avvenuti in più occasioni nei quali ho permesso alla Polizia ed ai Carabinieri di identificare dei soggetti intenti ad una attività di osservazione di pedinamento e di controllo nei miei confronti, soggetti diversi da chi istituzionalmente delegato in tal senso come per esempio un nucleo investigativo. In parole povere ho fermato manu militari e consegnato alle FF.PP. coloro intenti a pedinarmi o rappresentarmi il messaggio di essere sotto controllo con tutte le conseguenti libere interpretazioni fra le quali la percezione della minaccia. Forze di polizia che hanno poi non solo identificato questi soggetti ma anche acquisito elementi di riscontro al fatto che effettivamente stavano ponendo in essere una azione in tal senso senza una giustificata ragione.

Faccio presente che non ho alcun interesse a raggiungere nessuna forma di risarcimento in danaro, evidenziando che il risarcimento provenuto dalla condanna definitiva di un poliziotto per aver commesso un reato ai miei danni è stato devoluto allo stesso poliziotto dopo aver ottenuto con lunghi anni di battaglie un simbolo di verità. Il mio interesse è teso alla esclusiva tutela della mia famiglia e, mi si permetta, della mia storia, che potrebbe altresì pregiudicare il futuro dei miei figli.

Per questo avverso con tutto il rispetto dovuto verso la A.G. procedente la descrizione che di me è fatta nei motivi di archiviazione dell’inchiesta Moby Prince, specialmente laddove mi si attribuiscono espressioni e testimonianze che non ho mai detto o inteso interpretare, si veda per esempio quando si parla di “una battaglia fra agenti del Mossad contro dei terroristi palestinesi” presenti nella rada del porto di Livorno o dell’affondamento del “XXI Oktobeer II” della SHIFCO, oppure quando si negano degli eventi che solo la lettura degli atti che mi furono sequestrati avrebbe potuto già dimostrare come realmente avvenuti, sulle cui ragioni si poteva anche discutere, magari ero dentro una base militare in Libano solo per un caffè con un amico Generale ed un Colonnello con cui ho mangiato un boccone.

Ma è proprio la feroce negazione e la forte valenza denigratoria che rappresenta quell’ostacolo che intendo abbattere, non solo con l’acquisizione dei video e delle fonoregistrazioni degli interrogatori e dei confronti che ho sostenuto avanti la Procura precedente ma anche con la speranza di poter avere l’occasione di spiegare il mio coinvolgimento in una inchiesta su una tragedia che ho vissuto appieno sin dai primi minuti.

Non mi sono infatti alzato una mattina del 2007 con la fantasia del Moby Prince perché ne ho sentito parlare di rimbalzo, avendola come detto vissuta sin dalla notte fra il 10 e l’11 aprile 1991. Tutto ha inizio nel 1986, prima della tragedia stessa quindi e cioè da quei fatti che mi hanno condotto alla prigionia grazie anche all’opera di un giudice poi condannato in via definitiva per corruzione in atti giudiziari, che ritroveremo anche nella prima inchiesta relativa alla tragedia del Moby Prince. Evento che ho converso nel condurre le attività di ricerca idonea per ottenere gli elementi utili per dimostrare la mia innocenza per i fatti che mi hanno portato ad essere tratto in custodia cautelare nel 1988 per prevenire il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove per un fatto avvenuto nel 1986.

Ricerche indirizzate esclusivamente verso gli ambienti militari che in quegli anni frequentavo perché ero appunto un militare di carriera, ambienti nei quali si annidavano anche coloro referenti a quelle unità clandestine che presumibilmente hanno avuto un ruolo nella conduzione delle attività in supporto della Somalia sia durante il regime di Siad Barre che dopo gli eventi dei primi mesi del 1991 con la caduta di Barre ed anche, altrettanto presumibilmente, in sostegno del traffico di armi e di rifiuti tossici verso una paese che pagava le armi con la cessione dei terreni in favore di quelle organizzazioni che anche a Livorno hanno avuto sede e referenti di spessore, specializzate proprio nella gestione di simili rifiuti.

In conclusione le ragioni sono complesse, storiche e meritano un confronto diverso da quello con chi ha tutto l’interesse di difendere il proprio ufficio, per questo mi auguro di poter essere ascoltato da una autorità politica che possa anche e finalmente stimolare la costituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulle cause e le con-cause della tragedia del Moby Prince, che seppur incidentale è avvenuta in un contesto caratterizzato dall’elevato spessore delle attività militari americane intente al trasporto di armi ed esplosivi da e per la base di Camp Darby tramite le navi civile militarizzate, oltre al presunto traffico di armi con la Somalia posto in essere da degli italiani nascosto sotto l’ombrello americano.

Presunto traffico di armi e di rifiuti tossici che non deve essere interpretato come una attività legata esclusivamente alla criminalità organizzata bensì agli interessi di quella politica estera clandestina che in quegli anni (1986\1994) ha usato le risorse più riservate dello Stato, che a loro volta usavano i propri canali clandestini fra i quali anche la criminalità organizzata e la gestione di reti del tutto ignote anche alla stessa politica.

Se, quanto sopra, può sembrare “uno scenario da fumosa birreria” è opportuno prendere nota che non bevo e non fumo e che quelli erano anni nei quali lo spessore dei personaggi coinvolti in quel presunto traffico di armi e di rifiuti tossici condotto anche da alcuni porti italiani e toscani avevano un potere economico importante ed erano legati ad una rete di interessi internazionale, nella quale gravitavano altri interessi sia politici che economici squisitamente italiani.

Fortunatamente le varie commissioni di inchiesta attivate sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, oppure sulla morte di Ilaria Alpi e di Miram Hrovatin come le inchieste giudiziarie denominate “operazione lobbying” o “Sistemi criminali” ed altre ancora possono offrire un ampio bacino di informazioni che se non potranno fornire il giusto spessore probatorio per soddisfare le esigenze di Giustizia all’interno di un dibattimento processuale, luogo ove si formano le prove potranno certamente consentire alla politica di fare una analisi condotta con la volontà di ricostruire un complesso quadro di insieme dal quale trarre degli indirizzi di valutazione per porre finalmente in discussione un sistema che merita di essere interrotto, o meglio, rottamato.

Roma, lo 09 marzo 2014
Con osservanza
Fabio Piselli